Dopo oltre un decennio trascorso a scrivere nell’anonimato, Antonio Moresco ha pubblicato il suo primo libro nel 1993 all’età di 45 anni, seguito, nel decennio successivo, da Giochi dell’eternità, la trilogia epica che avrebbe assicurato la sua eredità letteraria. Nonostante l’importanza della trilogia in Italia e la prolificità di Moresco, autore di una vasta gamma di altri testi, finora pochissime delle sue opere sono state tradotte in inglese. Nel 2026, Deep Vellum pubblicherà la prima parte di Giochi dell’eternità, The Beginnings (trad. Max Lawton), dopo aver già pubblicato nel 2022 una traduzione dell’opera prima di Moresco, Clandestinity (trad. Richard Dixon). La traduzione di Dixon di Distant Light è disponibile anche presso Archipelago Books.
Nel frattempo, in Francia, grazie alla lunga collaborazione con il traduttore Laurent Lombard e la casa editrice Éditions Verdier, sono disponibili più opere di Moresco. Di recente, la traduzione di Lombard di Canti di D’Arco è stata pubblicata da Les Éditions du Chemin de Fer. Dopo un evento a Parigi per celebrare la sua pubblicazione, in una libreria che prende il nome dal suo romanzo La Lucina, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Antonio Moresco, scambiandoci e-mail in italiano, tradotte da Cristina Politano.
Grazie a Renaud Buénerd e Antonio Lenzo.
Leggendo la serie di romanzi finora tradotti in francese da Laurent Lombard (Gli incendiati, La lucina, Fiaba d’amore) e ora Canto di D’Arco, il lettore percepisce la connessione tra i loro temi e le loro riflessioni. Queste risonanze sono casuali o frutto di una scelta consapevole di sviluppare un universo letterario coerente?
Sembra anche a me. In particolare, i titoli che lei cita sono accomunati dalla compresenza e dall’abbraccio di vita e morte. Tanto più in Canto di D’Arco, dove il poliziotto si sposta dalla città del vivo a quella dei morti e viceversa, facendo diventare questo passaggio un elemento portante della trama e del suo significato profondo.
Il bambino di Canto di d’Arco ricorda da vicino quello della Lucina, il mio primo libro tradotto in Francia, come se quel bambino in cui mi ero così tanto immedesimato non volesse e non potesse andarsene dal mio immaginario e dalla mia opera e chiedesse di ritornarci in quella forma ancora più estrema, diventando la piccola giuda, il piccolo Virgilio che accompagna questo poliziotto disperato ma che non si arrende nella selva oscura della vita umana. Anche Fiaba d’amore e Gli incendiati sono romanzi che risuonano l’uno con l’altro e rispecchiano attraverso l’invenzione di figure ed emblemi la mia visione della vita e del mondo dando unità al mio universo letterario
Considerate le tue esigenze in termini di portata e dimensione del tuo universo letterario, sono curioso di sapere qual è il tuo rapporto con i lettori o quali sono le tue aspettative nei loro confronti?
Difficile rispondere a questa domanda. Diciamo che io mi aspetto molto dai lettori e non mi aspetto niente. Mi aspetto molto in termini di incontro estremo, di comunione. Però, nello stesso tempo, non mi aspetto niente, perché io non cerco un lettore suddito da abbindolare. Il lettore è come me: libero, creativo. Proprio per questo mi interessa un rapporto forte con lui.
La sua opera comprende, ovviamente, la monumentale trilogia Giochi dell’eternità. Per quanto riguarda il suo processo creativo, la struttura della trilogia era stata pianificata fin dall’inizio o è emersa durante la scrittura?
Giochi dell’eternità, enorme romanzo in tre grandi parti (Gli esordi, Canti del caos, Gli increati) è l’opera principale della mia vita di scrittore e ci ho messo 35 anni a scriverla. In Francia è uscito finora soltanto il primo volume e quindi non si comprende ancora il suo disegno complessivo e la sua direzione. Me la stanno traducendo in forma integrale negli stati Uniti e in Spagna e nel settembre del 2026 l’editore Feltrinelli me la pubblicherà finalmente in una veste editoriale unitaria e in cofanetto. Ma, per rispondere alla sua domanda: no, era stata sì intuita fin dall’inizio in un irripetibile istante di illuminazione, però poi ho dovuto conquistarla e inventarla pezzo per pezzo attraverso decenni della mia vita, e attraverso continui sfondamenti narrativi e invenzioni che sono stati un’avventura anche per me, artistica e di conoscenza e che mi ha portato alla fine dove mai avrei creduto di arrivare.
Il completamento di Giochi dell’eternità ha cambiato la tua concezione del rapporto tra vita e morte?
Da tempo nei miei libri vita e morte sono compresenti e abbracciate. Nell’ultima parte di Giochi dell’eternità (Gli increati) succede un terremoto, anche in termini di conoscenza, fa la sua comparsa una dimensione che attraversa — anche all’incontrario — l’intera opera e permette di leggerla in modo completamente diverso, che ne è la sua voragine e il suo apice: l’increazione.
Nel suo approccio alla composizione di una frase, come valute la semplicità della sua sintassi rispetto alla grandiosa architettura di una trilogia lunga e complessa? Qual è, per Lei, l’unità compositiva fondamentale nella costruzione di un romanzo?
Io amo la forma semplice, elementare, non cerco la complicazione linguistica fine a sé stessa, perché per vedere nel profondo del mare l’acqua deve essere limpida, non deve essere resa torbida dalla schiuma. Però via via che andavo avanti (e Canti del caos ne è l’esempio estremo) ho dovuto mettere in sofferenza e tormentare anche la lingua perché potesse esprimere anche l’inesprimibile. Non so se esiste un’unità compositiva. L’unità compositiva per me è la nudità radicale della parola, della voce, del canto.
L’unità compositiva per me è la nudità radicale della parola, della voce, del canto.
Scrivi in modo meraviglioso dell’esperienza del silenzio, ma qual è il ruolo della musica nella tua scrittura? In Canto di D’Arco evochi Maria Callas in una scena che sembra offrire un momento di sollievo e tregua. Che significato ha per te e per il tuo lavoro?
La musica ha avuto enorme importanza nella mia vita, di uomo e di scrittore, e alcuni miei libri contengono non a caso la parola “canto” nel titolo, perché io ho bisogno e desidero portare la parola fino al canto, liberarla dalla sua connotazione solamente descrittiva e connotativa, farla uscire da sé stessa e portarla al canto. Quanto a Maria Callas, la sua indomabile voce ha fatto irruzione nella mia vita in alcun i momenti cruciali, perciò ho un grande amore per lei.
Parlando di Canto di D’Arco e dei romanzi che lo hanno preceduto, ha affermato di voler dissolvere o distruggere le dicotomie, quelle tra vita e morte, passato e presente, letteratura alta e bassa.
Ho voluto, ho cercato di non stare dentro le gabbie concettuali nelle quali gli umani (e spesso anche la letteratura) si sono rinchiusi e imprigionati. Ho cercato di rendere fluido, rischioso e aperto ciò che era magari controllato e rassicurante, però inerte e morto, di dare nella mia vita una chance a quella scommessa che gli umani hanno chiamato letteratura.
Questo impulso ha dimensioni spirituali o sociali, oppure è nato dalla ricerca di una libertà puramente letteraria?
Credo che le due cose — in qualche punto di noi stessi e del mondo — siano inseparabili.
Essendo stata politicamente impegnata in gioventù, si considera oggi uno scrittore politico?
Non in senso stretto, perché ho conosciuto nella mia vita anche quella che Leopardi chiama “la strage delle illusioni”. Però, come l’eroe tagico di Canto di D’Arco, non mi sono arreso alla pulsione di morte che sembra avere preso possesso dell’umanità. Non sono un uomo e uno scrittore pacificato.
Ha parlato della sua sensazione che il male non sia solo sociale o sociologico, ma profondamente radicato nell’umanità. Non è forse una prospettiva senza speranza riguardo alla nostra capacità di lottare per una società più giusta ed equa?
Al contrario. Non nascondersi la drammaticità della situazione è invece il primo passo. Come in medicina, la diagnosi deve essere giusta per poter pensare alla cura appropriata. E la cura, vista la gravità della nostra situazione, non sono piccoli cambiamenti di superficie, ma un cambiamento radicale, una metamorfosi.
Qual è il ruolo della letteratura in questo processo di metamorfosi? Ne ha uno?
Nella mia immaginazione la nuda parola è in grado di spaccare in due la vita e portarla a una metamorfosi. È successo molte volte in passato, con alcuni scritti mitici, religiosi, fiabeschi… Ed è successo anche a me nella mia stessa vita, con la voce di alcuni poeti, scrittori, pensatori… che attraverso lo spazio e il tempo sono arrivati fino a me e hanno cambiato il corso della mia vita.
Nella mia immaginazione la nuda parola è in grado di spaccare in due la vita e portarla a una metamorfosi.
Tornando a Canto di D’Arco e alla dissoluzione dei confini, qual è il suo rapporto con il fantastico? La lucina mi è sembrata in linea con, ad esempio, Pedro Páramo, ma il termine “realismo magico”, applicato a gran parte della letteratura del boom latino-americano da lui ispirata, sembra fuori luogo in opere che appaiono così europee. In quali tradizioni (o contro quali tradizioni!) si colloca come scrittore?
Anch’io, pur apprezzando molte di quelle opere, non mi sento dentro la linea del cosiddetto “realismo magico”, con quel po’ di meraviglioso fittizio e arcadico che contiene. Io credo, io ho la pretesa non solo di costruire uno specchio magico, ma di sfondare lo specchio in cui la cosiddetta realtà è imprigionata. Io amo soprattutto gli scrittori che fanno questo, amo scrittori italiani come Dante e Leopardi, scrittori francesi come Balzac e numerosi altri, scrittori russi e americani dell’Ottocento, scrittori come Cervantes e Kafka.
Possiamo dire che gli scrittori che hai citato appartengono al mondo della “letteratura alta”, ma hai qualche autore preferito o qualche influenza particolare tra gli scrittori della “letteratura bassa”?
La cosiddetta “letteratura bassa” ha rivestito una grande importanza per me, perché ho avuto un rapporto drammatico con la scuola e non ho fatto l’università. Così sono andato avanti liberamente, a tentoni, leggendo ogni genere di scrittori, senza schemi di giudizio, categorie, gerarchie, sperimentando al massimo grado, prendendo il buono là dove mi arrivava, anche tra ciò che non rientra nella cosiddetta “letteratura alta”, ma dove incontriamo a volte grandi sorprese, anche di conoscenza, come la fantascienza, il giallo…
Cosa ti affascina così tanto delle fiabe, come ad esempio nella Fiaba d’amore?
La fiaba, come il mito, è un giacimento potente che sta alla base del nostro immaginario e delle nostre strutture di conoscenza e giudizio. Le fiabe non sono quella piccole cose edulcorate e consolatorie che si vorrebbero far diventare, le fiabe sono veritiere, radicali, a volte terribili, non ci nascondono la pervasiva presenza del male nel mondo, però ci danno anche la forza di fronteggiarlo. Anch’io ho scritto delle fiabe, e alcuni dei miei romanzi (forse tutti) hanno un andamento fiabesco.
Se ho capito bene, il titolo originale di Canto di D’Arco era Addio, perché avrebbe dovuto essere la sua opera finale. Cosa è cambiato?
È così. Quando ho pubblicato la sola prima parte di Canto di D’Arco l’avevo intitolata L’addio, perché ero sopraffatto dal dolore e pensavo di non scrivere più niente dopo, che quella storia così intima e portata al limite narrativo sarebbe stato il mio drammatico addio. Poi… non lo so che c’è successo. Sono stato ridestato a colpi di frusta, e allora mi sono gettato di nuovo nel gorgo, ho scritto le altre due parti e ho portato il romanzo alla sua conclusione o al suo culmine.
Qual è il suo rapporto attuale con le sue prime opere, come Clandestinità, una delle poche disponibili in traduzione inglese?
Prima degli Esordi ho pubblicato Clandestinità e La cipolla. Sono due libri un po’ autistici, autistici ed esplosivi. Mi sembrano libri buoni e di forte originalità ma, rispetto agli Esordi, io li sento ancora un po’ novecenteschi. O meglio, con un piede nel Novecento e un piede al di là. Mentre Gli esordi hanno tutti e due i piedi al di là. E così Canti del caos e tutto quello che è venuto dopo.
Andare oltre il XX secolo significa liberarsi dalle “gabbie concettuali” di cui parlavi prima? Se la risposta è negativa, cosa segna/identifica la rottura con la letteratura di quel periodo?
Io mi sono ribellato all’idea di letteratura che ha preso piede in questa parte del mondo nella seconda metà del Novecento. L’idea terminale, autoreferenziale, autocannibalistica che tutto sarebbe già stato scritto ecc. ecc. Una concezione labirintica e malinconica che però aveva la pretesa di difenderci dalla violenza e dal caos della vita e del mondo, una sorta di nichilismo soft privo di urto veritativo. Per me la letteratura (come la vita) è invece sempre in drammatico esordio, non è malinconica e chiusa in sé stessa, ma tragica e aperta.
Per me la letteratura (come la vita) è invece sempre in drammatico esordio, non è malinconica e chiusa in sé stessa, ma tragica e aperta.
Ha pubblicato il suo primo libro relativamente tardi, dopo un periodo di 15 anni in cui ha scritto nell’anonimato. Durante quel periodo, quali scrittori le hanno sostenuta, influenzata, offerto un modello o semplicemente dato conforto?
In quei 15 anni non ho avuto sostegno e conforto da parte di altri scrittori, perché non conoscevo nessuno in quel mondo. Vedevo solo, una volta al mese, quando andavo a Mantova a trovare mia madre, il mio amico mantovano Ivano Ferrari, un poeta di grande forza che è morto da poco e non è ancora pubblicato in Francia. Mi davano aiuto e conforto gli scrittori e i poeti del passato, che incontravo attraverso i libri, come se fossero dei fratelli.
Ho anche sentito in alcune interviste quanto sia importante per te Pasolini.
Io ho un rapporto non pacificato con Pasolini. Ammiro la sua libertà e imprendibile, ma nello stesso tempo mi pare partecipare delle utopie negative antropocentriche in voga nella cultura europea di fine Novecento. Era acuto nel cogliere le mutazioni antropologiche e culturali, ma gli sfuggivano le più radicali mutazioni planetarie e di specie. Però ho grande considerazione e rispetto per lui e per la sua vicenda artistica e umana. È stato uno scrittore, un poeta e un cineasta che ha lasciato un segno forte, esemplare, attraverso diversi medium, che ha lasciato dietro di sé delle preziose briciole, come i due bambini della favola di Hänsel e Gretel.
Nelle sue riflessioni sul silenzio, nella prima sezione de Gli esordi, il narratore racconta di aver colto, seppur brevemente, “la trama di mille e mille linguaggi alternativi o paralleli … Li vedevo galleggiare disinnescati nello spazio.” Non mi è sfuggito che ho letto il suo lavoro in francese (grazie a Laurent Lombard), ci ho riflettuto in inglese e ora stiamo comunicando in italiano (grazie a Cristina) … Qual è il suo rapporto con i suoi traduttori in tutto il mondo? Come pensa che il suo lavoro sia stato accolto al di fuori dell’Italia?
Devo molto ai miei traduttori, che nella maggioranza dei casi conoscevano già la mia opera e si facevano vivi direttamente chiedendomi di tradurmi, a partire da Laurent. Così è successo anche in altre lingue.
Quanto al mio lavoro, in generale è stato accolto meglio e con mente più libera e aperta all’estero piuttosto che in Italia, dove per molti anni ho subito prima rifiuti editoriali e poi, in diverse occasioni, incomprensione, stroncature, ostilità ed ostracismi da parte del grosso del mondo culturale. Ma per fortuna ci sono stati anche scrittori, studiosi di letteratura e lettori, soprattutto giovani, che mi hanno accolto e hanno impedito che venissi cancellato.
The Beginnings (Gli esordi), tradotto da Max Lawton, è di prossima pubblicazione per Deep Vellum. È possibile preordinarne una copia qui.
Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947 e vive a Milano. Dopo un’adolescenza travagliata, segnata da difficoltà scolastiche e rapporti conflittuali con le autorità istituzionali, ha abbandonato gli studi per dedicarsi all’azione politica diretta. Autodidatta e nutrito dal suo amore per la letteratura, ha pubblicato il suo primo libro all’età di 45 anni. Considerato oggi uno dei fondatori della letteratura italiana moderna, è autore di oltre 30 libri, tra cui la trilogia Giochi dell’eternità, composta da Gli esordi, Canti del caos e Gli increati, che ha segnato la sua carriera.
Tobias Ryan vive a Parigi. Il suo romanzo GLANTZ è stato recentemente pubblicato da Equus Press. Altri suoi scritti e traduzioni sono disponibili su @ Attic Scraps.
